PARROCCHIA SANTA BARBARA V.M.

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        La proposta di aver i Fatebenefratelli nella città di Nettuno partì da un insigne nettunese, Don Temistocle Signori che fu canonico della collegiata di San Giovanni per quaranta anni tondi.

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       Persona di grande iniziativa e profonda cultura, fu lui nel 1882 ad invitare a Nettuno i Passionisti, cui affidò il Santuario della Madonna delle Grazie e fu lui che nel 1899 fondò la società cooperativa di depositi e prestiti denominata Cassa Rurale di Nettuno.

       Nel 1880 Don Signori divenne presidente della Congregazione di Carità che aveva in gestione l’Ospedale dei Poveri, oramai divenuto inagibile, fu questa situazione che indusse Don Signori ad accarezzare il progetto di affidarlo ai Fatebenefratelli. Traccia di una richiesta ci perviene da una lettera inviata il 30 settembre 1885 al cardinale Raffaele Monaco La Valletta, vescovo di Albano, da parte di Don Signori. In questa missiva si chiedeva al vescovo di Albano di intercedere con il generale dell’Ordine religioso di Roma R.mo padre Giovanni Maria Alfieri che accolse favorevolmente la richiesta. Nel giugno del 1889 venne stipulata una convenzione tra lo Congregazione di Carità di Nettuno presieduta da Don Temistocle Signori e Frate Giovanni Battista Orsenigo e sono firmatari dell’atto anche Padre Gasser (quale generale dell’Ordine dei Fatebenefratelli) e Padre De Giovanni (futuro fondatore dell’Ospedale di Benevento). La congregazione si impegnava a versare Lire 300 mensili all’inizio dell’attività oltre uno somma di Lire 40.000 in vari anni come sussidio per la costruzione del nuovo sanatorio, inoltre venivano ceduti tutti i beni e le scarse attrezzature del vecchio ospedale.

        Il comune di Nettuno nella persona dei sindaco Stefano Grappelli si impegnava a conferire al frate 500 lire mensili per l’apertura di un ambulatorio e si impegnava alla fornitura giornaliera dell’acqua potabile. L’Orsenigo da parte sua si obbligava a costruire il sanatoria in due anni dotato di 20 letti per uomini e a gestire una camera separata di 5 letti per le donne povere ed ammalate. Frate Orsenigo cominciò a prestare la sua opera nel vecchio Ospedale pur continuando la sua attività odontoiatrico all’isola Tiberina, che appresentava una fonte indispensabile per finanziare favori dell’Ospedale.

 

Purtroppo i mesi passarono senza che la Congregazione di Carita’ riuscisse a raggranellare il promesso sussidio in contanti, per cui si vide costretta ad ipotizzare qualche differente modalità di cooperazione e fu così stipulata una nuova convenzione. Fra Orsenigo grazie alle offerte lasciate dai suoi pazienti e con lasciti di benefattori riuscì ad acquistare il terreno su cui edificare l’Ospedale: due lotti di terreno di proprietà della Società Anonima delle Ferrovie per circ. 6750mq, a lire 38OOO con splendida vista sul mare. Il frate volle dedicare l’Ospedale alla Madonna del Buon Consiglio alla quale fu sempre molto devoto, ma la gente di Nettuno che sapeva che la costruzione veniva affrontata con le offerte raccolte dal famoso dentista prese popolarmente a designano come “Ospedale Orsenigo” denominazione che sopravvive ancora oggi. Il progetto, gia’ grandioso in partenza lo divenne ancor più quando fu deciso che in un’ala parallela a quella ospedaliera si sarebbero approntati gli ambienti per trasferirvi la Curia Generalizia dell’Ordine d il Noviziato della Provincia Romana.

        La prima pietra della costruzione venne posta mercoledì  15 ottobre 1890 con gran concorso del popolo. Si ritrovano in archivio i vari contratti, gli acconti di pagamento e i saldi a favore delle varie ditte, per l’ingegnere costruttore Candido Vaselli, il falegname e l’ebanista Camillo Fantini di Nettuno, il direttore del favori ingegnere Enrico Paniconi, oltre ai muratori, ai  carpentieri e agli stagnari. La prima domenica di settembre del 1891 si festeggiò la copertura con un pranzo al quale parteciparono circa 60 operai e che costò 110 lire. I lavori di rifinitura interna terminarono nell’autunno seguente, per cui sabato 12 novembre 1892 fu possibile lasciare il vecchio Ospedale e inaugurare il nuovo. La ferrovia che già dal 1884 collegava Roma a Nettuno passando proprio di fronte all’Ospedale costituiva un pericolo per le persone che dovevano accedere al mare. Per questo venne costruito nel 1892 un tunnel sotterraneo, eseguito dal Sig. Piccioni, che poteva collegare il seminterrato dell’ospedale alla spiaggia, comunicazione ancora oggi esistente ma completamente abbandonata.

     Annessa all’Ospedale vi era una farmacia, ad uso esclusivo interno e successivamente aperta all’esterno per tutto i territorio di Nettuno ed Anzio. Il 1 marzo del 1890 venne affidata od un farmacista bresciano Luigi Facchetti, rimase sulla strada provinciale fino al 1975 è attualmente collocata in Piazza dei Cavalieri di Vittorio Veneto sempre con il nome di “farmacia Orsenigo”.

      Il servizio sanitario era assicurato da un direttore, due medici Chirurghi, un infermiere capo.  Ad un farmacista competeva di preparare le medicine che venivano somministrate. Un cappellano era incaricato ogni mattina di celebrare messa nella chiesa della Madonna del Buon Consiglio.

    Per contenere i debiti, si cercò di incrementare i ricoveri, sia stabilendo convenzioni col comune di Anzio e con le Autorità Militari del Poligono di Tiro, sia diversificando la tipologia dell’assistenza e riservando una sezione a Casa di Salute sino a divenire ufficialmente “Sanatorio”. Gli Ecclesiastici ed i Religiosi di Roma furono tra i primi ad utilizzare la Casa della Salute, un ricovero eccellente fu quello del Cardinal Serafino Cretoni il quale riacquistò a Nettuno completa salute e quando nel 1903 ricevette la nomina a Prefetto della Congregazione dei Riti si ricordò della pia ispirazione di Fra Orsenigo di veder ufficialmente inserita nelle Litanie Lauretane l’invocazione alla Madonna del Buon Consiglio. 

    Ma il ricovero che lasciò un’eco perenne fu quello della sera del 5 luglio 1902, quando dalla vicina tenuta delle Ferriere giunse in Ospedale il corpicino straziato di Santa Maria Goretti. La giovinetta, per  difendere la sua innocenza, era stata selvaggiamente trafitta 14 volte con un lungo punteruolo di 27 centimetri. Consapevole della gravità della situazione, il dottor Bartoli prima dell’intervento aveva fatto chiamare il cappellano fra Martino Guijarro, perché la confessasse. L’intervento durò oltre un’ora, ma la piccola martire morì all’indomani per complicazioni infettive, impossibili a dominare in quell’epoca in cui non esistevano ancora gli antibiotici. Subito dopo l’intervento la ricoverarono in un villinetto al margine della proprietà, riservato alle donne fu lì che fra Guijarro seguì l’agonia dello piccola Marietta e notò la devozione mariana della giovinetta e di come mantenesse fisso lo sguardo su un’immagine della Madonna che adornava la parete dello stanza e pensò allora di proporle di iscriversi tra le figlie di Maria , la giovinetta accettò con entusiasmo e baciò con devozione la medaglietta che Fra Guijarro le mise al collo. Passò a confortarla anche Don Signori e la esortò a perdonare il suo aggressore, cosa che fece anche Fra Guijarro. La fine appariva imminente e prima di somministrarle come Viatico la Santa Comunione, le chiese ancora se perdonavo il feritore. Senza esitazione ella replicò che per amor di Gesù lo perdonava, anzi desiderava anche per lui il Paradiso. Fu quel perdono il tocco finale della santità della fanciulla, tanto che la stanza in cui ella spirò e che fu poi trasformato in cappella, viene oggi significativamente, indicata come Tenda del Perdono. Quando la mattina dell’8 luglio venne celebrato il funerale nella Chiesa dei Fatebenefratelli, uno folla strabocchevole, venuta da Nettuno e da Anzio, accorse alla Messa Solenne, presieduta da Don Signori con tutto il Capitolo della Collegiata e poi un lungo corteo i snodò per accompagnare verso il cimitero, sito all’altro lato del paese, il feretro, che fu portato a spalla attraverso le vie cittadine.

   Alla sempre maggiore richiesta di assistenza per le donne il 18 luglio 1910 venne stipulato un accordo tra il Direttore dello Casa di Salute Pietro i Giovanni e padre Menni affinché’ una congregazione di suore si facesse caricoautonomamente dell’assistenza e dell’amministrazione del settore femminile dell’ospedale. I locali dati in affitto alle suore per sei anni erano costituiti da un edificio a due piani con la cappella e l’orto circostante. Prima della fine dei contratto le suore si trasferirono con la loro attività assistenziale presso il villino Girelli al confine con Anzio  poi nel 1921 alla struttura Menotti. Durante e dopo la guerra mondiale la casa si trasformò in Collegio per donne ed orfani di guerra e dal 1970 è casa di riposo per anziani.

     Un’ altra attività ospedaliera fu destinata all’accoglienza dei minori per le colonie estive, presenti in gran numero a Nettuno per la splendida posizione geografica e per il clima. I ragazzi venivano ospitati in un settore separato dai degenti e potevano variare da un numero di 25 ad un massimo di 200.

     Il 29 gennaio 1921 il Sanatorio Orsenigo fu venduto alla  Santa Sede al prezzo di un milione di lire dal quale si doveva detrarre l'ipoteca gravante sui fondi. La cessione di tutti i beni riguardava: il complesso Ospedaliero su due piani, scantinato e attico, la chiesa della Madonna del Buon Consiglio, un cortile interno, il giardino, l’orto e la struttura annessa del reparto donne costituita da 5 vani su due piani, un villino annesso di 8 vani, un tunnel con scale di accesso diretto alla spiaggia.

      La gestione della nuova “Casa della Divina Provvidenza” fu affidata al Comitato Romano di Previdenza e Assistenza Sanitaria, una società con sede in Roma che chiamò subito a prestare la loro opera le Suore del Piccolo Cottolengo, tra cui l’indimenticabile suor Eletta.

L’Ambulatorio con annesso studio dentistico era aperto tutte le mattine. In fondo all’orto le Casine che erano servite per l’assistenza alle donne furono trasformate in residenza per le Colonie e poi per reparto isolamento. E’ da notare che a seguito della terribile epidemia detta “spagnola” del 1918 il Pontefice Benedetto XV aveva disposto di ricoverare tutti i bambini orfani presso tale struttura. La struttura era articolata in due compartimenti. II primo ospitava adulti malati di tubercolosi non in fase attiva per un totale di 168 persone; il secondo comparto era quello della colonia permanente dei predisposti alla TBC prevalentemente donne e bambini per un totale di 76 persone. Nel 1943 il Pontefice Pio XII volle riconfermare la destinazione d’uso dell’ospedale come testimonia una lapide ancora presente:

QUESTA CASA

CHE FRA GIOVANNI ORSENIGO

DEGLI OSPEDALIERI DIS. GIOVANNI DI DIO

AVEVA ERETTO

PER OSPITARE E CURARE AMMALATI

BENEDETTO XV P.M.

ACQUISTO’ IL 29 GENNAIO 1921

E MUNIFICAMENTE TRASFORMO’

IN CASA DELLA DIVINA PROVVIDENZA

PREVENTORTO PER FANCIULLE GRACILI

PIO XII P.M.

CON VENERATO CHIROGRAFO 2 GIUGNO 1943

NE CONFERMO’ LA COSTITUZIONE E DESTINAZIONE

E CON NUOVO ORDINAMENTO

PROVVIDE A PIU’ SICURO AVVENIRE

DI TANTA BENEFICA ISTITUZIONE

      Non si riesce a capire quale ordinamento sia stato fatto dal Santo Padre per il sicuro avvenire” dal momento che lo struttura man mano non venne più utilizzata per scopi sanitari.

La storia della Chiesa della Madonna dei Buon Consiglio

    Oltre agli ambienti di ricovero fu approntata al pianterreno una spazioso Cappella con ingresso anche sulla strada e possibilità affacciarsi anche dal primo piano.

    L’architettura pressoché’ invariata fino ad oggi presenta una forma a croce greca. Sull’altar maggiore fra Orsenigo volle ovviamente collocarvi un dipinto che riproducesse fedelmente, anche nelle dimensioni, la miracolosa immagine della Madonna del Buon Consiglio venerata nel Santuario di Genazzano e di cui era estremamente devoto. La raggiera è abbellita da nugoli di angioletti, in allusione al fatto che l’affresco originale nel 1467 volo prodigiosamente dall’Albania a Genazzano, “portato da mani angeliche” che volevano evitarne la profanazione da parte delle truppe turche che stavano per conquistare la fortezza di Scutari; quanto alla cornice che è all’interno della raggiera, vi figurano come decorazione due melagrane, in allusione all’emblema del Fatebenefratelli.

   La Cappella disponeva anche di due altari secondari, posti al centro d’entrambe le pareti laterali e che fra Orsenigo pensò di dedicare ai due Santi Patroni del Fatebenefratelli ossia il loro fondatore San Giovanni di Dio e l’Arcangelo San Raffaele.

   Sull’altare laterale a sinistra entrando, fra Orsenigo pose pertanto una tela di San Giovanni di Dio, dipinta pochi anni prima dall’artista romano Marcello Sozzi, raffigurante la Vergine che gli porgeva il Bambinello affinché ne prendesse per un momento cura, usando la medesima premura da riservare poi ai malati, nei quali doveva saper riconoscere lo presenza mistica dello stesso Gesù. Per l’altare a destra entrando, fra Orsenigo si affiderà invece al pittore nettunese Giuseppe Brovelli Soffredini che ultimerà il 13 ottobre 1902 una grande tela  dell’Arcangelo San Raffaele, raffigurato con sul petto lo stemma del Fatebenefratelli e nell’atto di porgere il pane. Le tele sono oggi custodite presso la Provincia Romana dell’Ordine.

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